Prof. Alessandro CANDIDO - Parere sulla sentenza del CONSIGLIO DI STATO sul nuovo ISEE

L’iter che ha portato all’approvazione e all’entrata a regime del nuovo ISEE è stato lungo, travagliato e, purtroppo, non ancora giunto a compimento, come dimostrano le recentissime sentenze del Consiglio di Stato nn. 838, 841 e 842, depositate il 29 febbraio 2016.

Come si ricorderà, quando si pensava che il nuovo ISEE fosse finalmente divenuto operativo (il 1° gennaio 2015), il TAR Lazio, sez. I, con tre sentenze dell’11 febbraio 2015, nn. 2454, 2458 e 2459, aveva rimesso in discussione l’intero sistema, abbattendo alcuni dei pilastri della riforma introdotta dall’art. 5 del decreto «salva Italia».

In particolare, i giudici amministrativi annullavano l’art. 4, comma 2, lett.

f) del d.p.c.m. n. 159 del 2013, che includeva nel calcolo del reddito complessivo IRPEF anche i «trattamenti assistenziali, previdenziali e indennitari». Secondo il TAR, l’art. 5 del d.l. n. 201 del 2011, nel riferirsi alle somme «esenti da imposizione fiscale», mirava a smascherare i finti poveri, cioè coloro i quali risultavano privi di reddito, pur essendo dotati di risorse – anche cospicue – ma non sottoponibili a dichiarazione IRPEF (ad esempio, in forza di redditi tassati all’estero, o di pensioni estere non tassate in Italia, o ancora nel caso del coniuge divorziato percipiente assegno di mantenimento dei figli).

Ciò premesso, in base alle menzionate decisioni del giudici amministrativi di primo grado, nella nozione di reddito non potevano essere compresi «

gli emolumenti riconosciuti a titolo meramente compensativo e/o risarcitorio a favore delle situazioni di "disabilità", quali le indennità di accompagnamento, le pensioni INPS alle persone che versano in stato di disabilità e bisogno economico, gli indennizzi da danno biologico invalidante, di carattere risarcitorio, gli assegni mensili da indennizzo ex ll. nn. 210/92 e 229/05».

Premesso siffatto quadro, con le sentenze depositate ieri, il Consiglio di Stato ha confermato le pronunce di primo grado, così sostenendo: «

[d]eve il Collegio condividere l’affermazione degli appellanti incidentali quando dicono che ricomprendere tra i redditi i trattamenti indennitari percepiti dai disabili significa allora considerare la disabilità alla stregua di una fonte di reddito – come se fosse un lavoro o un patrimonio – e i trattamenti erogati dalle pubbliche amministrazioni non un sostegno al disabile, ma una ‘remunerazione’ del suo stato di invalidità oltremodo irragionevole, oltre che in contrasto con l’art. 3 della Costituzione".

Pertanto, proseguono i Giudici di Palazzo Spada (invitando il Governo a correggere l’art. 4 del d.p.c.m.), «

la capacità selettiva dell’Isee, se deve scriminare correttamente le posizioni diverse e trattare egualmente quelle uguali, allora non può compiere l’artificio di definire reddito un’indennità o un risarcimento, ma deve considerarli per ciò che essi sono, perché posti a fronte di una condizione di disabilità grave e in sé non altrimenti rimediabile».

Si ritiene che il ragionamento seguito dai giudici amministrativi sia condivisibile sul piano delle norme costituzionali (specialmente quelle norme che costituiscono le fondamenta dello Stato sociale, quali gli artt. 2, 3 e 38 della Costituzione), sebbene in verità non corrisponda agli intenti dell’art. 5 del decreto «salva Italia», che mirava invece a includere nella nozione di reddito anche le indennità di accompagnamento, le pensioni sociali e ogni altra forma di sostegno economico alle situazioni di disabilità.

Ora il Governo, in esecuzione delle predette pronunce, dovrà necessariamente modificare il d.p.c.m. nella parte in cui è stato dichiarato illegittimo e, al contempo, aggiornare il sistema alla base del calcolo del nuovo ISEE.

La conferma delle decisioni di primo grado comporterà altresì con ogni probabilità la necessità di ripensare l’impianto generale del riccometro, posto che l’eliminazione dalla nozione di reddito dei trattamenti previdenziali, assistenziali e indennitari avrà nell’immediato un impatto notevole sui bilanci delle amministrazioni (anzitutto comunali) che, pur in assenza di risorse, si troveranno a fare i conti con il problema della sostenibilità economica del nuovo indicatore. Si spera tuttavia che l’ISEE, dovendo essere uniformemente applicato a livello nazionale, torni a essere disciplinato da

una fonte di primo grado (e non invece, come accade oggi, da un regolamento). È infatti la legge (o il decreto legislativo) la sede più appropriata per regolamentare una materia di così grande importanza.

Dovrà trattarsi di un intervento tempestivo, dato che una generale situazione di incertezza (come quella che è derivata subito dopo le sentenze del Tar Lazio, alle quali il Governo non aveva dato immediata esecuzione), riverberandosi sulle amministrazioni, sulle strutture assistenziali e sugli utenti (nonché sui loro familiari), rischia di compromettere l’accesso alle prestazioni sociali agevolate e, ovviamente, di generare ulteriore contenzioso.

Prof. Alessandro Candido