Quattordicesima per i pensionati.

L’articolo 5, del decreto legge 2 luglio 2007, n.81, ha previsto a partire dal 2007, la corresponsione di una somma aggiuntiva (la c.d. "quattordicesima") con la mensilità di luglio (a partire dall'anno 2008) a favore dei titolari di uno o più trattamenti pensionistici a carico dell’Assicurazione Generale Obbligatoria e delle forme sostitutive, esclusive ed esonerative della medesima in presenza di determinate condizioni reddituali e con un’età pari o superiore a 64 anni. Hanno diritto alla "quattordicesima", dunque anche i titolari assegno ordinario di invalidità, di pensione inabilità o di pensione ai superstiti mentre risultano esclusi dal beneficio gli assegni e le pensioni sociali, le prestazioni di invalidità civile, le pensioni di guerra e le rendite Inail. 

La somma aggiuntiva viene erogata in presenza di un reddito complessivo personale non superiore a 1,5 volte il trattamento minimo annuo del Fondo pensioni lavoratori dipendenti. Oltre tale soglia, l’aumento viene corrisposto fino a concorrenza del predetto limite reddituale incrementato della somma aggiuntiva ipoteticamente spettante (clausola di salvaguardia). 

Per il contributo è necessario avere: a) un'età pari o superiore a 64 anni; b) un reddito personale, per il 2016, non superiore a 9.786,86 euro. Ai fini della determinazione del reddito sono rilevanti, oltre alla pensione, i redditi di qualsiasi natura, con l'esclusione dei trattamenti di famiglia, indennità di accompagnamento, casa di abitazione,  trattamenti di fine rapporto e competenze arretrate. Sono escluse inoltre le pensioni di guerra, le indennità per i ciechi parziali, l'indennità di comunicazione per i sordomuti ed altre indennità. L'importo che viene erogato al pensionato varia a seconda dell'anzianità contributiva complessivamente maturata ed è suddiviso in tre scaglioni fissi: 336 euro;  420 euro o 504 euro a seconda, rispettivamente, se ha versato fino a 15 anni di contributi, fino 25 anni di contributi o più di 25 anni di contribuzione.  

La somma è corrisposta in misura parziale ai soggetti che hanno un reddito superiore a 9.786,86 euro ma comunque inferiore al limite dato dalla somma di tale reddito con l'importo della quota di quattordicesima spettante. L’aumento spetta, in misura proporzionale, anche a coloro che compiono il 64° anno di età entro il 31 dicembre dell’anno di erogazione, con riferimento ai mesi di possesso del requisito anagrafico, compreso il mese di raggiungimento dell’età. Analogamente, il beneficio viene attribuito in maniera proporzionale sulle pensioni spettanti per un numero limitato di mesi, come ad esempio in caso di pensioni di nuova liquidazione con decorrenza diversa dal 1° gennaio.

La contribuzione. Si ricorda che per la corresponsione dell’aumento viene considerata tutta la contribuzione (obbligatoria, figurativa, volontaria e da riscatto), nonché quella utilizzata per la liquidazione di supplementi. Nel caso di pensioni liquidate in regime internazionale deve essere considerata utile solo la contribuzione italiana. Per quanto riguarda le pensioni in regime di totalizzazione e di cumulo, di categoria 070 (VOTOT) , 071 (IOTOT), 072 (SOTOT), 170 (VOCUM), 171 (IOCUM) e 172 (SOCUM), la contribuzione utile per l’attribuzione del beneficio è quella accreditata nelle gestioni degli enti pubblici (INPS-ENPALS-INPDAP-IPOST), mentre sono escluse le anzianità relative agli enti e casse privati. Nel caso in cui il pensionato è titolare di più trattamenti previdenziali, il beneficio sarà erogato unicamente sul trattamento previdenziale principale. Per trattamento principale deve intendersi quello con maggiore anzianità contributiva. Come indicato nella circolare 119 INPS del 8 ottobre 2007, nel caso di pensionato titolare di sola pensione ai superstiti la contribuzione complessiva utile ai fini dell’applicazione della tabella sopra indicata viene ridotta in aliquota di reversibilità.

La valutazione dei redditi. Anche per la corresponsione della somma aggiuntiva si applicano le disposizioni di cui ai commi 8 e 9 dell’art. 35 della legge 27 febbraio 2009, n. 14, e successive modifiche. La verifica reddituale viene pertanto effettuata in maniera differenziata, a seconda si tratti di prima concessione del beneficio, o di corresponsione successiva alla prima. Nel caso di prima erogazione (rientrano in tale ipotesi tutti coloro che negli anni precedenti non abbiano percepito la somma aggiuntiva), il reddito complessivo da prendere a riferimento è quello dell’anno in corso. Qualora si tratti di erogazione successiva alla prima, il reddito da prendere a riferimento è così costituito: 1) redditi per prestazioni per le quali sussiste l’obbligo di comunicazione al Casellario centrale dei pensionati di cui al Decreto del Presidente della Repubblica 31 dicembre 1971, n. 1388 e successive modificazioni e integrazioni (di seguito denominato Casellario centrale dei pensionati), conseguiti nello stesso anno; 2) redditi diversi da quelli di cui al punto precedente conseguiti nell’anno precedente. Vengono pertanto sempre utilizzati i redditi da prestazione memorizzati nel Casellario centrale dei pensionati al momento dell’elaborazione, riferiti all’anno di erogazione.

Vi Riportiamo una scheda riassuntiva dei requisiti per accedervi:

somma aggiuntiva

Pensione di vecchiaia

 

 

   PENSIONE DI VECCHIAIA

                   (Fonte: www.inps.it)

 

 

 A CHI SPETTA

 1) Soggetti in possesso di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995

 Requisito contributivo – A decorrere dal 1° gennaio 2012, i soggetti in possesso di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995

possono conseguire il diritto alla pensione di vecchiaia esclusivamente in presenza di un’anzianità contributiva minima pari a 20 anni, costituita da contributi versati o accreditati a qualsiasi titolo.

 Requisito anagrafico – Per l’accesso alla pensione di vecchiaia è richiesto il possesso dei seguenti requisiti anagrafici:

 

- lavoratrici dipendenti assicurate al FPLD dell’AGO, nonché assicurate al Fondo FS e al Fondo quiescenza Poste

*Requisito da adeguare alla speranza di vita

 

- lavoratrici autonome e gestione separata:

       *Requisito da adeguare alla speranza di vita

 

-lavoratori dipendenti iscritti all’AGO ed alle forme sostitutive ed esclusive della medesima e lavoratrici iscritte alle casse

      -ex Inpdap:

   *Requisito da adeguare alla speranza di vita

 

-lavoratori autonomi e gestione separata:

   *Requisito da adeguare alla speranza di vita

 

2) Soggetti con primo accredito contributivo a decorrere dal 1° gennaio 1996

Dal 1° gennaio 2012, i soggetti per i quali il primo accredito contributivo decorre dal 1° gennaio 1996, possono conseguire il diritto alla

pensione di vecchiaia:

a) in presenza del requisito contributivo di 20 anni e del requisito anagrafico di cui al precedente punto 1), se l’importo della pensione

risulta non inferiore a 1,5 volte l’importo dell’assegno sociale (c.d. importo soglia) ;

b) al compimento dei 70 anni di età e con 5 anni di contribuzione “effettiva” (obbligatoria, volontaria, da riscatto) con

esclusione della

contribuzione accreditata figurativamente a qualsiasi titolo a

prescindere dall’importo della pensione. Per effetto dell’adeguamento alla

speranza di vita il requisito anagrafico dal 1° gennaio 2013 al 31 dicembre 2015, è di 70 anni e 3 mesi e dal 1° gennaio 2016 al 31

dicembre 2018 è di 70 anni e 7 mesi. Dal 2019 lo stesso requisito potrà subire ulteriori incrementi per effetto dell’adeguamento alla

speranza di vita.

 

LA DOMANDA

La domanda di pensione di vecchiaia si presenta esclusivamente attraverso uno dei seguenti canali:

1-  web - richiesta telematica dei servizi è accessibile direttamente dal cittadino tramite PIN attraverso il portale dell’Istituto (vai al

servizio)

 

2-   telefono chiamando il Contact Center integrato al numero 803164 gratuito da rete fissa o al numero 06164164 da rete mobile a

pagamento secondo la tariffa del proprio gestore telefonico, abilitati ad acquisire le domande di prestazioni ed altri servizi per venire

incontro alle esigenze di coloro che non dispongono delle necessarie capacità o possibilità di interazione con l’Inps per via

telematica;

3-  enti di Patronato e intermediari autorizzati dall’Istituto, che mettono a disposizione dei cittadini i necessari servizi telematici, nello specifico PATRONATO INAS CISL

 

QUANDO SPETTA

La pensione di vecchiaia decorre dal primo giorno del mese successivo a quello nel quale l’assicurato ha compiuto l’età pensionabile,

ovvero, nel caso in cui a tale data non risultino soddisfatti i previsti requisiti di anzianità assicurativa e contributiva, la pensione decorre

dal primo giorno del mese successivo a quello in cui vengono raggiunti tali requisiti. Infine, su richiesta dell’interessato, la pensione

decorre dal primo giorno del mese successivo a quello nel quale è stata presentata la domanda.

Per gli iscritti alla gestione esclusiva dell’AGO la pensione decorre dal giorno successivo alla maturazione dei requisiti.

Ai fini del conseguimento della prestazione pensionistica è richiesta la cessazione del rapporto di lavoro dipendente, fermo restando

che, qualora la rioccupazione intervenga presso diverso datore di lavoro, non occorre una soluzione di continuità con la precedente

attività lavorativa. Non è, invece, richiesta la cessazione dell'attività svolta in qualità di lavoratore autonomo.

Per le decorrenze delle pensioni degli iscritti alle Gestioni esclusive dell’AGO consulta il file Decorrenze Gestioni esclusive dell’AGO.

dal 1° gennaio 2012 al 31 dicembre 2012 62 anni

dal 1° gennaio 2013 al 31 dicembre 2013 62 anni e 3 mesi

dal 1° gennaio 2014 al 31 dicembre 2015 63 anni e 9 mesi

dal 1° gennaio 2016 al 31 dicembre 2017 65 anni e 7 mesi

dal 1° gennaio 2018 al 31 dicembre 2018 66 anni e 7 mesi

dal 1° gennaio 2019 66 anni e 7 mesi*

dal 1° gennaio 2012 al 31 dicembre 2012 63 anni e 6 mesi

dal 1° gennaio 2013 al 31 dicembre 2013 63 anni e 9 mesi

dal 1° gennaio 2014 al 31 dicembre 2015 64 anni e 9 mesi

dal 1° gennaio 2016 al 31 dicembre 2017 66 anni e 1 mese

dal 1° gennaio 2018 al 31 dicembre 2018 66 anni e 7 mesi

dal 1° gennaio 2019 66 anni e 7 mesi*

dal 1° gennaio 2012 al 31 dicembre 2012 66 anni

dal 1° gennaio 2013 al 31 dicembre 2015 66 anni e 3 mesi

dal 1° gennaio 2016 al 31 dicembre 2018 66 anni e 7 mesi

dal 1° gennaio 2019 66 anni e 7 mesi*

dal 1° gennaio 2012 al 31 dicembre 2012 66 anni

dal 1° gennaio 2013 al 31 dicembre 2015 66 anni e 3 mesi

dal 1° gennaio 2016 al 31 dicembre 2018 66 anni e 7 mesi

dal 1° gennaio 2019 66 anni e 7 mesi*

Indicatori demografici 2015

Gli ultimi indicatori demografici, pubblicati dall’Istat nel mese di febbraio, confermano un trend preoccupante, in particolare relativo al tasso di mortalità e natalità.

La popolazione in Italia al 1° gennaio 2016 è di 60 milioni 656 mila residenti (-139 mila), di cui 5 milioni 54 mila stranieri (+39 mila), l'8,3% della popolazione totale. I morti nel 2015 sono stati 653 mila (+54 mila), registrando il tasso di mortalità più alto dal secondo dopoguerra. L'aumento di mortalità è concentrato nella fascia di età 75-95 anni.

Rispetto al 2014, la variazione relativa è risultata particolarmente accentuata nei mesi freddi e caldi. In particolare nei mesi di gennaio, febbraio e marzo si sono registrati incrementi rispettivamente del 10,4%, 18,9% e 14%. Nei mesi estivi l’incremento è stato del 20,3% a luglio (il più torrido da 136 anni) e del 13,3% ad agosto. Le temperature, invece, non sono state particolarmente rigide nei mesi invernali, nei quali, però, secondo dati dell’Istituto Superiore di Sanità, si è registrato un crollo della copertura vaccinale, scesa al di sotto del 50% per la popolazione over.

Nel 2015 le nascite sono state 488 mila (-15 mila), nuovo minimo storico dall’Unità d'Italia. Il 2015 è il quinto anno consecutivo di riduzione della fecondità, giunta a 1,35 figli per donna.

Gli ultrasessantacinquenni in Italia sono 13,4 milioni, il 22% della popolazione totale. In diminuzione la popolazione in età attiva di 15-64 anni (39 milioni, il 64,3% del totale) e quella fino a 14 anni di età (8,3 milioni, il 13,7%). L’indice di dipendenza strutturale sale al 55,5%, quello di dipendenza degli anziani al 34,2%.

Diminuisce la speranza di vita alla nascita: per gli uomini 80,1 anni (da 80,3 del 2014), per le donne a 84,7 anni (da 85 del 2014). L'età media della popolazione aumenta di due decimi e arriva a 44,6 anni.

I dati dell’Istat ci parlano, quindi, di un Paese che invecchia ma nel quale, a differenza degli anni predenti, si muore di più. L’Istat spiega questo picco di mortalità del 2015, in parte con gli effetti strutturali connessi all’invecchiamento e in parte con l’effetto rimbalzo, ossia il posticipo delle morti non avvenute nel biennio 2013-2014.

Indubbiamente un ambiente sempre più inquinato (l’Italia ha il primato di morti per inquinamento in Europa) e ritmi di vita sempre più stressanti, non aiutano a garantire un allungamento della vita. È altrettanto evidente, però, una diminuzione delle spese in campo sanitario, segnalato da numerose indagini e ricerche, tra le ultime il Rapporto Eurispes analizzato in una recente circolare del nostro Dipartimento. La gente si cura di meno. E si cura di meno non solo per motivi economici ma anche per le lunghe liste d’attesa e per i tagli costanti che stanno interessando sempre di più il nostro sistema sanitario. Si indebolisce il concetto stesso di prevenzione, che ormai si cerca di limitare, con tagli delle spese sanitarie finalizzate a una spending review onnipresente, ad esami e diagnostiche essenziali.

Il nostro sindacato da tempo è impegnato in questa battaglia di difesa di un sistema sanitario pubblico che assicuri al cittadino una tutela adeguata e completa, minacciata da tagli selvaggi e dall’avanzare indiscriminato del privato, che taglia fuori inevitabilmente importanti strati di popolazione.  I fenomeni demografici non si spiegano solo con ragioni "strutturali" ma anche, e soprattutto, con scelte politiche azzardate che minacciano il nostro sistema di welfare.

Prof. Alessandro CANDIDO - Parere sulla sentenza del CONSIGLIO DI STATO sul nuovo ISEE

L’iter che ha portato all’approvazione e all’entrata a regime del nuovo ISEE è stato lungo, travagliato e, purtroppo, non ancora giunto a compimento, come dimostrano le recentissime sentenze del Consiglio di Stato nn. 838, 841 e 842, depositate il 29 febbraio 2016.

Come si ricorderà, quando si pensava che il nuovo ISEE fosse finalmente divenuto operativo (il 1° gennaio 2015), il TAR Lazio, sez. I, con tre sentenze dell’11 febbraio 2015, nn. 2454, 2458 e 2459, aveva rimesso in discussione l’intero sistema, abbattendo alcuni dei pilastri della riforma introdotta dall’art. 5 del decreto «salva Italia».

In particolare, i giudici amministrativi annullavano l’art. 4, comma 2, lett.

f) del d.p.c.m. n. 159 del 2013, che includeva nel calcolo del reddito complessivo IRPEF anche i «trattamenti assistenziali, previdenziali e indennitari». Secondo il TAR, l’art. 5 del d.l. n. 201 del 2011, nel riferirsi alle somme «esenti da imposizione fiscale», mirava a smascherare i finti poveri, cioè coloro i quali risultavano privi di reddito, pur essendo dotati di risorse – anche cospicue – ma non sottoponibili a dichiarazione IRPEF (ad esempio, in forza di redditi tassati all’estero, o di pensioni estere non tassate in Italia, o ancora nel caso del coniuge divorziato percipiente assegno di mantenimento dei figli).

Ciò premesso, in base alle menzionate decisioni del giudici amministrativi di primo grado, nella nozione di reddito non potevano essere compresi «

gli emolumenti riconosciuti a titolo meramente compensativo e/o risarcitorio a favore delle situazioni di "disabilità", quali le indennità di accompagnamento, le pensioni INPS alle persone che versano in stato di disabilità e bisogno economico, gli indennizzi da danno biologico invalidante, di carattere risarcitorio, gli assegni mensili da indennizzo ex ll. nn. 210/92 e 229/05».

Premesso siffatto quadro, con le sentenze depositate ieri, il Consiglio di Stato ha confermato le pronunce di primo grado, così sostenendo: «

[d]eve il Collegio condividere l’affermazione degli appellanti incidentali quando dicono che ricomprendere tra i redditi i trattamenti indennitari percepiti dai disabili significa allora considerare la disabilità alla stregua di una fonte di reddito – come se fosse un lavoro o un patrimonio – e i trattamenti erogati dalle pubbliche amministrazioni non un sostegno al disabile, ma una ‘remunerazione’ del suo stato di invalidità oltremodo irragionevole, oltre che in contrasto con l’art. 3 della Costituzione".

Pertanto, proseguono i Giudici di Palazzo Spada (invitando il Governo a correggere l’art. 4 del d.p.c.m.), «

la capacità selettiva dell’Isee, se deve scriminare correttamente le posizioni diverse e trattare egualmente quelle uguali, allora non può compiere l’artificio di definire reddito un’indennità o un risarcimento, ma deve considerarli per ciò che essi sono, perché posti a fronte di una condizione di disabilità grave e in sé non altrimenti rimediabile».

Si ritiene che il ragionamento seguito dai giudici amministrativi sia condivisibile sul piano delle norme costituzionali (specialmente quelle norme che costituiscono le fondamenta dello Stato sociale, quali gli artt. 2, 3 e 38 della Costituzione), sebbene in verità non corrisponda agli intenti dell’art. 5 del decreto «salva Italia», che mirava invece a includere nella nozione di reddito anche le indennità di accompagnamento, le pensioni sociali e ogni altra forma di sostegno economico alle situazioni di disabilità.

Ora il Governo, in esecuzione delle predette pronunce, dovrà necessariamente modificare il d.p.c.m. nella parte in cui è stato dichiarato illegittimo e, al contempo, aggiornare il sistema alla base del calcolo del nuovo ISEE.

La conferma delle decisioni di primo grado comporterà altresì con ogni probabilità la necessità di ripensare l’impianto generale del riccometro, posto che l’eliminazione dalla nozione di reddito dei trattamenti previdenziali, assistenziali e indennitari avrà nell’immediato un impatto notevole sui bilanci delle amministrazioni (anzitutto comunali) che, pur in assenza di risorse, si troveranno a fare i conti con il problema della sostenibilità economica del nuovo indicatore. Si spera tuttavia che l’ISEE, dovendo essere uniformemente applicato a livello nazionale, torni a essere disciplinato da

una fonte di primo grado (e non invece, come accade oggi, da un regolamento). È infatti la legge (o il decreto legislativo) la sede più appropriata per regolamentare una materia di così grande importanza.

Dovrà trattarsi di un intervento tempestivo, dato che una generale situazione di incertezza (come quella che è derivata subito dopo le sentenze del Tar Lazio, alle quali il Governo non aveva dato immediata esecuzione), riverberandosi sulle amministrazioni, sulle strutture assistenziali e sugli utenti (nonché sui loro familiari), rischia di compromettere l’accesso alle prestazioni sociali agevolate e, ovviamente, di generare ulteriore contenzioso.

Prof. Alessandro Candido